Io abito la Possibilità

Una casa più bella della prosa

più ricca di finestre

superbe le sue porte.

E' fatta di stanze simili a cedri

che lo sguardo non possiede

Come tetto infinito 

ha la volta del cielo

La visitano ospiti squisiti

la mia sola occupazione

spalancare le mani sottili

per accogliervi il Paradiso

(Emily Dickinson, 1862)

 

Da 9 anni le Giardiniere  coltivano la Possibilità di trasformare la ex Piazza d'Armi in un luogo accogliente e vivibile per tutta la città. Qualunque sia la vostra Possibilità i nostri migliori auguri perché, continuando ad abitarla, si realizzi! 

Le Giardiniere

 

 


 

 

Le cose che ignoriamo sono già in cammino”  (Emily Dickinson)

 

In questi mesi di emergenza sanitaria noi Giardiniere

 

ABBIAMO VISTO

le città tornare silenziose, luminose e pulite

gli animali attraversare le strade, curiosare nei giardini, non temere gli umani

il cielo libero dagli incessanti passaggi degli aerei

la drastica riduzione di mobilità, consumi, esigenze, anche  quelle ispirate a modelli di vita poco salutari

 

ABBIAMO CAPITO

che “non si può restare sani in un mondo malato” (Papa Francesco)

che la relazione tra la cultura e la natura, tra ciò che è umano e ciò che  è naturale non può più essere ispirata al  dominio, all'asservimento, allo sfruttamento sconfinato dell'umano contro la Terra

che la natura si ribella a questo dominio e lo fa da un momento all'altro, in modo intelligente, imprevedibile e paradossale, ad esempio con un virus che togliendoci il respiro, ci permette di respirare

che un sistema che si fonda sulle emergenze (sociale, climatica, ambientale, sanitaria, demografica, alimentare..) è un sistema  profondamente  ingiusto e  predatorio, un sistema che è, di per sé,  L'EMERGENZA

che la nostra società occidentale antropocentrica, costruita sulla cultura dello scarto, di cose e di persone, e dell'uso illimitato delle risorse naturali, va drasticamente in crisi se non lo può più fare, anche solo per  un brevissimo periodo

 

ABBIAMO PENSAT0

che occorre un cambio di civiltà, dove la relazione umano/natura, uomo/donna siano relazioni tra due soggetti, senza dominio e sopraffazione dell'uno sull'altra

che la città va ripensata: i tempi e gli spazi dell'abitare, dello studiare, del lavorare e del vivere siano a misura dei corpi piccoli e grandi, forti e vulnerabili, giovani e vecchi, una casa-città, una città-giardino mondo,  come la immaginava Charlotte Perkins

che la progettazione urbanistica pre-veda la soddisfazione dei bisogni sociali, culturali, economici, sanitari col criterio della  prossimità, una città attenta al vivente, una living city, come l'ha prefigurata Jane Jacobs

che lo spazio e il tempo della città insieme ad aria, cibo e acqua siano amministrati col criterio dei beni in comune, beni che abbiamo ricevuto in dono, da gestire e curare per noi e le future generazioni

che il mercato, il PIL, la produzione incessante e ultrarapida di beni e servizi, senza misura e senza limite, vada confrontata con i criteri della vita e della cura, della interdipendenza e della reciprocità che la “ripresa” non significhi replica, riproduzione, ritorno alla normalità, perché “la normalità era il problema”